Il taglio delle pensioni d’oro, proposta di legge


Barbara Weisz.

 

Proposta di legge Lega – M5S sul taglio pensioni d’oro sopra i 90mila euro lordi annui (4500 euro netti al mese) per la quota retributiva: esclusi assegni contributivi e trattamenti di invalidità e reversibilità.

Il taglio delle pensioni d’oro, proposta di legge
9 agosto 2018
La proposta di legge di Lega e Movimento 5 Stelle per il taglio pensioni d’oro è stata depositata in commissione Lavoro alla Camera: si alza l’asticella di reddito (non più a 80mila ma a 90mila euro annui) al di sopra della quale scatta il ricalcolo dell’assegno previdenziale con sistema contributivo.
I risparmi che deriveranno dall’applicazione del taglio alle pensioni d’oro confluiranno in un fondo presso il Ministero del Lavoro (da istituirsi con apposito decreto), per finanziare l’aumento delle pensioni minime e sociali (portandole ai 780 euro che corrispondono al reddito e alla pensione di cittadinanza).

La rimodulazione riguarda i soli trattamenti INPS (dipendenti, autonomi, forme sostitutive ed esonerative) e ha valore retroattivo (ossia, riguarda anche le pensioni in essere).

Il taglio si applica anche nel caso in cui il pensionato riceva più trattamenti previdenziali, per le quote che eccedono la soglia dei 4.500 euro netti al mese (90mila annui). La decurtazione, però, non può in ogni caso portare la pensione sotto i 4500 euro netti al mese.

Il ricalcolo non si applica invece ai trattamenti di invalidità, alle pensioni di reversibilità e alle vittime del dovere o del terrorismo.

Ricalcolo contributivo
Il ricalcolo dell’assegno oltre quota 45oo euro mensili dipende dall’età in cui il pensionato si è ritirato, andando a colpire maggiormente chi è andato in pensione con forte anticipo rispetto al requisito di vecchiaia. Il taglio è dunque modulato in modo tale da applicarsi alle sole quote retributive della pensione.

Tecnicamente, il calcolo viene effettuato nel seguente modo: la quota retributiva della pensione viene ridotta in base al rapporto fra il coefficiente di trasformazione applicato al momento del pensionamento e quello relativo alla pensione di vecchiaia (in base a una tabella contenuta nel progetto di legge che di fatto depura il calcolo dagli aumenti delle aspettative di vita, che non devono penalizzare i pensionati che si sono ritirati prima dei relativi scatti).
Il coefficiente di trasformazione non può mai essere inferiore a 57 anni. In pratica, applicando questo calcolo, si ottengono decurtazioni che possono arrivare fino al 20% della pensione.

Alle pensioni in essere si applica il nuovo calcolo a partire dall’entrata in vigore della norma, senza che si debbano restituire somme arretrate.

In termini semplici, se la proposta passerà, dal 2019 le pensioni potranno superare i 90mila euro lordi annui solo se calcolate interamente con il contributivo, ossia se sono i contributi effettivamente versati a determinare l’intera pensione.

Se invece ci sono quote retributive, l’assegno complessivo non potrà superare i 4500 euro netti al mese ma il ricalcolo non potrà nemmeno portare l’assegno al di sotto di questa cifra.

Legge di Bilancio: quota 100


Prende forma la quota 100, misura fondamentale di Riforma Pensioni che il Governo intende inserire in Legge di bilancio 2019: ci sarà il paletto dei 64 anni di età minima ma anche sconti anagrafici per donne con figli e lavoratori precoci. Non verrà prorogato l’APE sociale, l’anticipo pensionistico a carico dello Stato, sostituito da una prestazione a carico dei Fondi bilaterali.Le anticipazioni sono di Alberto Brambilla esperto previdenziale e consulente della Lega, che sta preparando la norma da inserire in manovra.

Dunque, per andare in pensione con la quota 100 saranno necessari 64 anni di età e 36 di contributi. Se la proposta sarà così formulata, richiedendo entrambi i requisiti, un lavoratore con 65 anni di età e 35 anni di contributi, pur raggiungendo la quota 100 (somma di età anagrafica e contributi versati) non potrà ritirarsi, mancandogli il requisito contributivo. Stesso discorso nel caso in cui un lavoratore abbia, viceversa, 37 anni di contributi e 63 anni di età. Dovrà attendere di compiere 64 anni per poter avere tutti i requisiti previsti.

Sembra che ci saranno però condizioni particolari per i lavoratori precoci, che hanno almeno un anno di contributi versati entro i 19 anni di età, e per ledonne con figli. Queste categorie di lavoratori potranno con ogni probabilità andare in pensione con un requisito di età inferiore.

Per quanto riguarda coloro che attualmente prendono l’APE Social, è allo studio un meccanismo che tuteli la platea degli aventi diritto: il trattamento sarebbe a carico dei fondi esuberi. In pratica, le prestazioni non sarebbero pagate dall’INPS ma dai fondi, che sono finanziati dalle imprese e dai lavoratori.

Restano aperte una serie di questioni: non potrebbero accedere i lavoratori autonomi e tutti coloro che lavorano nelle piccole aziende (sotto i cinque dipendenti) che non hanno i fondi di solidarietà.

Statali: emolumento perequativo valido per la pensione


Statali: emolumento perequativo valido per la pensione

Fonte: Istock

Il nuovo emolumento perequativo introdotto con il rinnovo del contratto degli statali è valutabile a fini pensionistici? L’INPS risponde.

Statali: verso la nuova banca dati INPS
9 luglio 2018
Il rinnovo del contratto del pubblico impiego per il triennio 2016-2018 ha portato con sé l’introduzione del nuovo emolumento perequativo, previsto nelle retribuzioni per periodi di lavoro superiori a 15 giorni. È l’INPS a chiarire l’imponibilità dell’elemento perequativo a fini pensionistici attraverso il messaggio 3224 del 30 agosto 2018.
L’Istituto di previdenza spiega, infatti, come il nuovo emolumento sia effettivamente valutabile per identificare il trattamento di quiescenza ma non per valutare il trattamento di fine rapporto. Questa voce stipendiale riguarda il personale del comparto Funzioni Centrali, il settore Istruzione e Ricerca, le Funzioni Locali e la Sanità da marzo a dicembre 2018.
Secondo l’INPS l’elemento perequativo è imponibile ai fini pensionistici, tenendo conto che il reddito derivato dal lavoro dipendente comprende tutti gli emolumenti percepiti dal lavoratore relativamente alle prestazioni rese. L’emolumento deve quindi essere conteggiato per determinare l’imponibile della Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali e per l’Assicurazione sociale vita (gestione ex ENPDEP).

Un’eccezione riguarda, invece, il calcolo del TFR per dipendenti pubblici, effettuato prendendo in considerazione integralmente lo stipendio tabellare, l’indennità integrativa speciale, la retribuzione individuale di anzianità, la tredicesima e altre voci inserite dalla contrattazione collettiva.
Per quel che concerne i trattamenti di fine servizio, l’emolumento in questione non concorre alla determinazione della prestazione, né ai fini del TFS (Indennità di buonuscita e Indennità premio di servizio) né ai fini del TFR; pertanto, non rientra nella base imponibile contributiva del fondo ex ENPAS ed ex INADEL.