Svalutazione pensioni dal 2019: il meccanismo


B.Weisz.

Non c’è solo il previsto contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro nella manovra 2019, fra le novità dell’ultima ora viene previsto anche un nuovo meccanismo di indicizzazione parziale per il prossimo triennio. Si tratta delle modifiche apportate alla legge di Bilancio in seguito all’accordo la UE, che evita la procedura d’infrazione portando il defici/PIL al 2,04%, comportando una serie di cambiamenti al testo utili a produrre risparmi di spesa. Fra questi, appunto, la nuova rivalutazione, che salva solo le pensione fino a tre volte il minimo.
Nel dettaglio, si rivalutano al 100% solo i trattamenti fino a 1.521 euro (e qui, non c sono novità rispetto a quanto precedentemente previsto). Le pensioni più alte, invece, per il periodo 2019-2021, vengono indicizzate in base a un meccanismo a scaglioni, così modulato:

97% per gli assegni tra 1.522 e 2.029 euro,
77% fino a 2.537 euro,
52% fino a 3042 euro,
47% fino a 4059 euro,
45% fino a 4566 euro (nove volte il minimo),
40% o per quelli d’importo superiore.
Si tratta di un sistema più penalizzante rispetto alla rivalutazione pensioni precedentemente prevista. Fra l’altro, nel 2019 avrebbero dovuto tornare i coefficienti previsti dalla legge 338/2000, più favorevoli di quelli applicati negli ultimi anni (in seguito al Decreto Poletti del 2013, seguito alla sentenza dell Corte Costituzionale che aveva dichiarato illegittimo il blocco rivalutazioni deciso dalla riforma di fine 2011).

PRESCRIZIONE CONTRIBUTI PUBBLICI DIPENDENTI: RINVIO-Circolare numero 117 del 11-12-2018


Direzione Centrale Entrate e Recupero Crediti Roma, 11/12/2018 Circolare n. 117 Ai Dirigenti centrali e territoriali Ai Responsabili delle Agenzie Ai Coordinatori generali, centrali e    territoriali delle Aree dei professionisti Al Coordinatore generale, ai coordinatori    centrali e ai responsabili territoriali    dell’Area medico legale E, per conoscenza, Al Presidente Al Presidente e ai Componenti del Consiglio di Indirizzo    di Vigilanza Al Presidente e ai Componenti del Collegio dei Sindaci Al Magistrato della Corte dei Conti delegato    all’esercizio del controllo Ai Presidenti dei Comitati amministratori    di fondi, gestioni e casse Al Presidente della Commissione centrale    per l’accertamento e la riscossione    dei contributi agricoli unificati Ai Presidenti dei Comitati regionali OGGETTO: Differimento al 1° gennaio 2020 del termine di decorrenza delle indicazioni fornite con circolare n. 169 del 15 novembre 2017, intitolata “Prescrizione dei contributi pensionistici dovuti alle Gestioni pubbliche. Chiarimenti” SOMMARIO:  Con la presente circolare si differisce dal 1° gennaio 2019 al 1° gennaio 2020 il termine di decorrenza delle indicazioni della circolare n. 169/2017 INDICE

Sorgente: Circolare numero 117 del 11-12-2018

Assegno Sociale 2019


Con il Messaggio n. 4570/2018 l’INPS ha comunicato l’innalzamento dei requisiti anagrafici per il diritto all’assegno sociale e per la qualifica di “ultrasessantacinquenne” che comporta novità anche per la pensione di invalidità civile e per l’assegno mensile assistenza invalidi parziali.
Adeguamento speranze di vita
Per l’accesso all’assegno sociale, alla pensione di inabilità (invalidi 100%) e all’assegno di assistenza per gli invalidi civili (invalidità dal 74% al 99%) è infatti necessario tenere conto dell’adeguamento con le speranze di vita che comporta dal 2019 un incremento di 5 mesi per l’età pensionabile.

Dal 2019, ricorda l’INPS, i requisiti per beneficiare dell’assegno sociale, erogato in favore di quelle persone che si trovano in una condizione economica di svantaggio, bisognerà avere un’età minima di 67 anni, contro gli attuali 66 anni e 7 mesi (stesso requisito anagrafico richiesto per la pensione di vecchiaia).

La misure rivolte agli invalidi verranno quindi riconosciute a coloro che si trovano in una situazione economica svantaggiata, con reddito inferiore a 16.664,36 euro per la pensione, 4.853,29 euro per l’assegno, e un’età anagrafica compresa tra i 18 e i 67 anni (contro gli attuali 66 anni e 7 mesi).
L’importo dell’assegno sociale passa da 453 euro a 457,99 euro mensili. Tale importo viene rimodulato in presenza di altri redditi: l’importo pieno spetta a coloro che non possiedono alcun reddito e si annulla al raggiungimento, per il 2018, della soglia di reddito pari a 5.889 euro per il pensionato solo, 11.788 euro se coniugato.

Anche per la pensione di inabilità per invalidi totali e per l’assegno mensile invalidi parziali vi sarà una perequazione che porterà gli importi dagli attuali 282,55 euro a 285,66 euro mensili.

PENSIONI:novità previste nella legge di bilancio per il 2019.


Pensioni
In tema di Riforma delle Pensioni la grande novità è l’introduzione della “Quota 100” che prevede la possibilità di andare in pensione con 38 anni di contributi ed un minimo di 62 anni di età, senza penalizzazioni sull’assegno previdenziale.

Prorogata oltre il 2015 l’Opzione Donna, la misura che permette alle lavoratrici con 58 anni, se dipendenti, o 59 anni, se autonome, e 35 anni di contributi, di andare in pensione.

In dirittura d’arrivo il taglio alle pensioni d’oro con il ricalcolo degli assegni superiori a 4.500 euro e risparmi per il sistema previdenziale per 1 miliardo di euro in 3 anni.

In presenza di determinati requisiti legati al reddito, i pensionati potranno beneficiare di un’integrazione al minimo della pensione fino al raggiungimento di 780 euro (c.d. Pensione di cittadinanza).

OPZIONE DONNA:nuove regole previste(da confermare entro 31.12.2018


Per le donne si proroga “Opzione Donna”, che permette alle lavoratrici con 58 anni, se dipendenti, o 59 anni, se autonome, e 35 anni di contributi, di andare in pensione.

MANOVRA PENSIONI:Prime indiscrezioni da confermare.


Dal 2019, sarà possibile andare in pensione con la quota 100 (somma di età anagrafica e contributi versati) con i paletti a 62 anni di età e 38 anni di contributi. Entrambi questi limiti devono essere rispettati, quindi ad esempio un lavoratore di 64 anni, con 36 anni di contributi versati, non può utilizzare questa forma di pensione anticipata anche se la somma fa 100, ma dovrà aspettare di avere anche i 38 anni di contributi. Previste quattro finestre temporali trimestrali dal 2019.
Non ci sarà invece nessuna penalizzazione sul calcolo (si era parlato di una decurtazione dell’assegno per gli anni di anticipo rispetto all’età per la pensione di vecchiaia, che invece non è prevista).

In manovra anche il taglio alle pensioni d’oro, che riguarda gli assegni superiori ai 4mila 500 euro netti al mese. Non è chiaro se ci sarà anche un meccanismo che prevede un blocco progressivo dell’indicizzazione anche di trattamenti più bassi (sopra i 2mila euro netti al mese).

Prorogata l’Opzione Donna, che prevede gli stessi requisiti della vecchia norma (35 anni di contributi, e 57 o 58 anni di età), da conseguire entro il 31 dicembre 2018 (non più entro il 31 dicembre 2015).

Riliquidazione Pensioni Dip.Pubblici-aumenti retributivi previsti per gli anni 2011-2015-DIRITTO.


Il blocco degli aumenti retributivi previsto per il pubblico impiego relativamente agli anni 2011-2015, stabilito con la Legge 122/2010, non può influire sul calcolo della pensione concessa ai lavoratori statali.
Escludendo il computo degli aumenti mancati, infatti, la pensione era stata calcolata in base alla retribuzione relativa al 2010, di importo inferiore allo stipendio che il lavoratore avrebbe dovuto raggiungere negli anni di blocco.

Secondo quanto affermato dalla Corte Costituzionale in alcune sentenze precedenti richiamate dalla Corte dei Conti, infatti, le misure relative al blocco retributivo dovevano essere considerate come temporanee ed eccezionali, pertanto applicabili a fini previdenziali.

Il giudice ha quindi stabilito:

il diritto della parte ricorrente, ai fini della determinazione della base contributiva e di calcolo della pensione, agli emolumenti pensionabili derivanti dalla progressione di carriera avvenuta durante la cristallizzazione delle retribuzioni, nel periodo dal 1 gennaio 2011 al 31 dicembre 2015.
Sarà l’INPS a dover versare le somme dovute a titolo di arretrati.Riliquidazione

Il taglio delle pensioni d’oro, proposta di legge


Barbara Weisz.

 

Proposta di legge Lega – M5S sul taglio pensioni d’oro sopra i 90mila euro lordi annui (4500 euro netti al mese) per la quota retributiva: esclusi assegni contributivi e trattamenti di invalidità e reversibilità.

Il taglio delle pensioni d’oro, proposta di legge
9 agosto 2018
La proposta di legge di Lega e Movimento 5 Stelle per il taglio pensioni d’oro è stata depositata in commissione Lavoro alla Camera: si alza l’asticella di reddito (non più a 80mila ma a 90mila euro annui) al di sopra della quale scatta il ricalcolo dell’assegno previdenziale con sistema contributivo.
I risparmi che deriveranno dall’applicazione del taglio alle pensioni d’oro confluiranno in un fondo presso il Ministero del Lavoro (da istituirsi con apposito decreto), per finanziare l’aumento delle pensioni minime e sociali (portandole ai 780 euro che corrispondono al reddito e alla pensione di cittadinanza).

La rimodulazione riguarda i soli trattamenti INPS (dipendenti, autonomi, forme sostitutive ed esonerative) e ha valore retroattivo (ossia, riguarda anche le pensioni in essere).

Il taglio si applica anche nel caso in cui il pensionato riceva più trattamenti previdenziali, per le quote che eccedono la soglia dei 4.500 euro netti al mese (90mila annui). La decurtazione, però, non può in ogni caso portare la pensione sotto i 4500 euro netti al mese.

Il ricalcolo non si applica invece ai trattamenti di invalidità, alle pensioni di reversibilità e alle vittime del dovere o del terrorismo.

Ricalcolo contributivo
Il ricalcolo dell’assegno oltre quota 45oo euro mensili dipende dall’età in cui il pensionato si è ritirato, andando a colpire maggiormente chi è andato in pensione con forte anticipo rispetto al requisito di vecchiaia. Il taglio è dunque modulato in modo tale da applicarsi alle sole quote retributive della pensione.

Tecnicamente, il calcolo viene effettuato nel seguente modo: la quota retributiva della pensione viene ridotta in base al rapporto fra il coefficiente di trasformazione applicato al momento del pensionamento e quello relativo alla pensione di vecchiaia (in base a una tabella contenuta nel progetto di legge che di fatto depura il calcolo dagli aumenti delle aspettative di vita, che non devono penalizzare i pensionati che si sono ritirati prima dei relativi scatti).
Il coefficiente di trasformazione non può mai essere inferiore a 57 anni. In pratica, applicando questo calcolo, si ottengono decurtazioni che possono arrivare fino al 20% della pensione.

Alle pensioni in essere si applica il nuovo calcolo a partire dall’entrata in vigore della norma, senza che si debbano restituire somme arretrate.

In termini semplici, se la proposta passerà, dal 2019 le pensioni potranno superare i 90mila euro lordi annui solo se calcolate interamente con il contributivo, ossia se sono i contributi effettivamente versati a determinare l’intera pensione.

Se invece ci sono quote retributive, l’assegno complessivo non potrà superare i 4500 euro netti al mese ma il ricalcolo non potrà nemmeno portare l’assegno al di sotto di questa cifra.

Legge di Bilancio: quota 100


Prende forma la quota 100, misura fondamentale di Riforma Pensioni che il Governo intende inserire in Legge di bilancio 2019: ci sarà il paletto dei 64 anni di età minima ma anche sconti anagrafici per donne con figli e lavoratori precoci. Non verrà prorogato l’APE sociale, l’anticipo pensionistico a carico dello Stato, sostituito da una prestazione a carico dei Fondi bilaterali.Le anticipazioni sono di Alberto Brambilla esperto previdenziale e consulente della Lega, che sta preparando la norma da inserire in manovra.

Dunque, per andare in pensione con la quota 100 saranno necessari 64 anni di età e 36 di contributi. Se la proposta sarà così formulata, richiedendo entrambi i requisiti, un lavoratore con 65 anni di età e 35 anni di contributi, pur raggiungendo la quota 100 (somma di età anagrafica e contributi versati) non potrà ritirarsi, mancandogli il requisito contributivo. Stesso discorso nel caso in cui un lavoratore abbia, viceversa, 37 anni di contributi e 63 anni di età. Dovrà attendere di compiere 64 anni per poter avere tutti i requisiti previsti.

Sembra che ci saranno però condizioni particolari per i lavoratori precoci, che hanno almeno un anno di contributi versati entro i 19 anni di età, e per ledonne con figli. Queste categorie di lavoratori potranno con ogni probabilità andare in pensione con un requisito di età inferiore.

Per quanto riguarda coloro che attualmente prendono l’APE Social, è allo studio un meccanismo che tuteli la platea degli aventi diritto: il trattamento sarebbe a carico dei fondi esuberi. In pratica, le prestazioni non sarebbero pagate dall’INPS ma dai fondi, che sono finanziati dalle imprese e dai lavoratori.

Restano aperte una serie di questioni: non potrebbero accedere i lavoratori autonomi e tutti coloro che lavorano nelle piccole aziende (sotto i cinque dipendenti) che non hanno i fondi di solidarietà.

Statali: emolumento perequativo valido per la pensione


Statali: emolumento perequativo valido per la pensione

Fonte: Istock

Il nuovo emolumento perequativo introdotto con il rinnovo del contratto degli statali è valutabile a fini pensionistici? L’INPS risponde.

Statali: verso la nuova banca dati INPS
9 luglio 2018
Il rinnovo del contratto del pubblico impiego per il triennio 2016-2018 ha portato con sé l’introduzione del nuovo emolumento perequativo, previsto nelle retribuzioni per periodi di lavoro superiori a 15 giorni. È l’INPS a chiarire l’imponibilità dell’elemento perequativo a fini pensionistici attraverso il messaggio 3224 del 30 agosto 2018.
L’Istituto di previdenza spiega, infatti, come il nuovo emolumento sia effettivamente valutabile per identificare il trattamento di quiescenza ma non per valutare il trattamento di fine rapporto. Questa voce stipendiale riguarda il personale del comparto Funzioni Centrali, il settore Istruzione e Ricerca, le Funzioni Locali e la Sanità da marzo a dicembre 2018.
Secondo l’INPS l’elemento perequativo è imponibile ai fini pensionistici, tenendo conto che il reddito derivato dal lavoro dipendente comprende tutti gli emolumenti percepiti dal lavoratore relativamente alle prestazioni rese. L’emolumento deve quindi essere conteggiato per determinare l’imponibile della Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali e per l’Assicurazione sociale vita (gestione ex ENPDEP).

Un’eccezione riguarda, invece, il calcolo del TFR per dipendenti pubblici, effettuato prendendo in considerazione integralmente lo stipendio tabellare, l’indennità integrativa speciale, la retribuzione individuale di anzianità, la tredicesima e altre voci inserite dalla contrattazione collettiva.
Per quel che concerne i trattamenti di fine servizio, l’emolumento in questione non concorre alla determinazione della prestazione, né ai fini del TFS (Indennità di buonuscita e Indennità premio di servizio) né ai fini del TFR; pertanto, non rientra nella base imponibile contributiva del fondo ex ENPAS ed ex INADEL.

Pensione lavoratori autonomi: vale il calcolo migliore.


Fonte: Istock

B.Weisz.

Se si continua a lavorare dopo il raggiungimento dell’età pensionabile, il diritto
alla sterilizzazione dei contributi meno favorevoli per il calcolo della pensione si
applica anche agli autonomi: sentenza di Cassazione.
Se l’autonomo continua a lavorare anche dopo aver maturato il diritto a pensione, e
gli anni in più comportano per qualche motivo una riduzione dell’assegno
previdenziale, avrà comunque diritto alla pensione a lui più favorevole, applicando
il principio della sterilizzazione degli anni meno favorevoli (c.d. contributi
dannosi).

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, con sentenza 173/2018, relativa al caso di
un pensionato prima dipendente e poi autonomo. La Corte ha stabilito che anche i
lavoratori autonomi, così come i dipendenti, possono applicare tale principio,
ritenendo incostituzionale la disparità di trattamento fra le due categorie.
L’istituto previdenziale, calcolandogli la pensione in base agli ultimi dieci anni
di contributi versati, aveva versato un assegno più basso di quello che sarebbe
spettato allo stesso pensionato se fosse andato in pensione prima, al raggiungimento
del requisito di età pensionabile.
Tecnicamente, la sentenza ha esteso anche ai lavoratori autonomi l’ambito di
applicazione di una precedente sentenza, 82/2017, che aveva ritenuto
incostituzionale la parte della legge 297/1982, nella parte dell’articolo 3 in cui:non prevede che, nell’ipotesi di lavoratore che abbia già maturato i requisiti
assicurativi e contributivi per conseguire la pensione e percepisca contributi per
disoccupazione nelle ultime 260 settimane antecedenti la decorrenza della pensione,
la pensione liquidata non possa essere comunque inferiore a quella che sarebbe
spettata, al raggiungimento dell’età pensionabile, escludendo dal computo, ad ogni
effetto, i periodi di contribuzione per disoccupazione relativi alle ultime
duecentosessanta settimane, in quanto non necessari ai fini del requisito
dell’anzianità contributiva minima.
Lo stesso principio, in base alla nuova sentenza, si applica anche al caso in cui il
lavoratore abbia continuato a lavorare

Scuola, domanda di pensione per l’APe Volontaria-Nota 32478 del 17 luglio 2018 – Chiarimenti APE volontaria e cessazioni dal servizio


Scuola, domanda di pensione per l’APe Volontaria

Il personale della Scuola che ha la certificazione del diritto all’APE volontaria può presentare domanda di cessazione dal servizio con decorrenza primo settembre.La nota del ministero: “Gli insegnanti e i dipendenti della Scuola che hanno presentato istanza di APe Volontario e ottenuto la certificazione del diritto, possono presentare domanda di pensione per cessare il servizi il prossimo primo settembre”. La precisazione, che era molto attesa, è contenuta nella nota 32478/2018 del MIUR, Ministero dell’Università e della Ricerca.

Coloro per i quali risultino perfezionati i requisiti previsti prima dell’inizio del nuovo anno scolastico 2018/19, potranno presentare domanda cartacea di cessazione dal servizio con decorrenza 1 settembre 2018 e di conseguenza andare in pensione prima dell’inizio dell’anno scolastico.

Attenzione: la domanda va presentata in forma cartacea. Va indirizzata all’istituzione scolastica o all’USR (ufficio scolastico regionale) di riferimento, rispettivamente, del personale docente o ATA (personale amministrativo, tecnico e ausiliario) e Dirigente scolastico.

Importante: in base al provvedimento del MIUR, i docenti e il personale scolastico devono aver già presentato la domanda di certificazione del diritto e aver ottenuto la risposta positiva dell’INPS in merito al possesso dei requisiti, ma non è previsto che sia già stata presentata anche la seconda, e definitiva, domanda di APe.

Sottolineiamo che la scelta di lasciare il lavoro, per coloro che chiedono l’APE, è facoltativa, nel senso che la legge non prevede un obbligo in questo senso, è possibile percepire il beneficio previdenziale e continuare ad esercitare la propria attività.

http://www.flcgil.it/leggi-normative/documenti/note-ministeriali/nota-32478-del-17-luglio-2018-chiarimenti-ape-volontaria-e-cessazioni-dal-servizio.flc.

 

Nota 32478 del 17 luglio 2018 – Chiarimenti APE volontaria e cessazioni dal servizio

Sorgente: Nota 32478 del 17 luglio 2018 – Chiarimenti APE volontaria e cessazioni dal servizio

 

Quattordicesima pensione: requisiti e limiti 2018


Requisiti quattordicesima pensione: i redditi esclusi

Barbara Weisz

Quattordicesima pensione: requisiti e limiti 2018

Si considera il reddito del pensionato, non quello familiare. Il riferimento normativo è l’articolo 5 del dl 81/2007, in base al quale rileva il reddito complessivo individuale del titolare di pensione. La norma specifica che si calcolano i redditi di qualsiasi natura, compresi quelli esenti da imposte, oppure soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o ad imposta sostitutiva.
Quattordicesima e redditi diversi
26 giugno 2017
Non rilevano (quindi non contribuiscono al calcolo del tetto di reddito massimo di 2 volte il minimo per il diritto alla 14esima) invece i redditi derivanti da:
assegno per il nucleo familiare,
assegni familiari
indennità di accompagnamento,
reddito casa di abitazione,
trattamenti di fine rapporto comunque denominati
competenze arretrate sottoposte a tassazione separata.
Ricordiamo che la 14esima è stata rinforzata e destinata a una platea più ampia con la Legge di Stabilità 2017, legge 232/2016. La ricevono i pensionati fino a 1,5 volte il minimo, oppure fra 1,5 e 2 volte il minimo (questi ultimi, in misura più bassa).

Dal 2019 pensioni più basse


Barbara Weisz.

Fonte: Shutterstock.

 

Pensioni più povere dal 2019, per compensare la maggior durata del trattamento dopo l’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita: coefficienti di trasformazione 2019-2021 caso per caso.
Ribasso in vista, dal 2019, dei coefficienti per il calcolo dell’assegno previdenziale: con lo scatto dell’età pensionabile viene adeguato anche il coefficiente di trasformazione sulla parte contributiva della pensione, per incamerare il fatto che, a parità di uscita dal lavoro, si percepirà l’assegno per più tempo. In soldoni l’assegno sarà di importo inferiore.

I nuovi moltiplicatori saranno applicati ai trattamenti previdenziale con decorrenza dal primo gennaio 2019 e sono individuati dal Decreto 15 maggio 2018 del Ministero del Lavoro (“Revisione triennale dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo”) pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che in pratica stabilisce pensioni più basse a parità di età e contributi versati.

=> Requisiti pensione dal 2019

I nuovi coefficienti di trasformazione per il triennio 2019-2021 riguardano coloro che maturano i requisiti per la pensione nei tre anni indicati e non hanno effetto su chi è già pensione.

Il coefficiente di trasformazione del montante contributivo della pensione scenderà di una percentuale fra l’1 e il 2,5%. Il calcolo riguarda solo la parte contributiva della pensione, quindi penalizza maggiormente coloro che hanno l’assegno completamente calcolato con il metodo contributivo. I lavoratori che avevano già 18 anni di contributi alla fine del 1995 hanno la pensione calcolata con il retributivo fino alla fine del 2012, e solo per la parte maturata successivamente al primo gennaio 2012 il calcolo contributivo (sul quale incide quindi il coefficiente di trasformazione).

Il meccanismo prevede che il coefficiente salga con l’allungarsi della permanenza al lavoro, quindi favorisce chi va in pensione più tardi. Di fatto, quindi, per controbilanciare l’impatto della revisione sull’assegno previdenziale, conviene restare per più tempo al lavoro.

Coefficienti 2019-2021
57 anni: divisore 23,812 e coefficiente 4,2%
58 anni: divisore 23,236 e coefficiente 4,304%
59 anni: divisore 22,654 e coefficiente 4,414%
60 anni: divisore 22,067 e coefficiente 4,532%
61 anni: divisore 21,475 e coefficiente 4,657%
62 anni: divisore 20,878 e coefficiente 4,79%
63 anni: divisore 20,276 e coefficiente 4,932%
64 anni: divisore 19,672 e coefficiente 5,083%
65 anni: divisore 19,064 e coefficiente 5,245%
66 anni: divisore 18,455 e coefficiente 5,419%
67 anni: divisore 17,844 e coefficiente 5,604%
68 anni: divisore 17,231 e coefficiente 5,804%
69 anni: divisore 16,609 e coefficiente 6,021%
70 anni: divisore 15,982 e coefficiente 6,257%
71 anni: divisore 15,353 e coefficiente 6,513%
Questo innalzamento dei coefficienti va tenuto presente in particolare da coloro che maturano un diritto a pensione entro il 31 dicembre 2018: nel momento in cui si fermano di più al lavoro, rischiano di avere una pensione più bassa perché il coefficiente per calcolare l’assegno è più basso.

La quota 100 e il calcolo contributivo


La quota 100 e il calcolo contributivo
di Barbara Weisz
scritto il 13 giugno 2018

Fonte: IStock

Non si applica il retributivo ai versamenti dal 1996 a chi sceglie la quota 100, anche con i 18 anni di contributi versati prima del termine: la regola e il calcolo.

La pensione con la quota 100 (somma di età anagrafica e anni di contributi) è prevista dal programma del Governo Conte, così come la nuova possibilità di ritirarsi con 41 anni di contributi, per questo i tecnici sono al lavoro per esaminare le diverse possibilità di attuazione e il dibattito è acceso.Dopo aver analizzato pro e contro della pensione anticipata con la “quota 41” rivisitata, facciamo il punto sul meccanismo per la pensione con la quota 100, che rischia di penalizzare i lavoratori che hanno almeno 18 anni di contributi entro il primo gennaio 1996: nel caso in cui la misura dovesse prevedere il calcolo contributivo (è l’ipotesi elaborata dall’economista Alberto Brambilla per la Lega), non sarebbe possibile valorizzare con il retributivo le mensilità versate successivamente al 1996.

L’idea a cui si lavora prevede sempre il calcolo contributivo per i versamenti successivi al 1995. Per coloro che entro la fine del 1995 non raggiungono i 18 anni di contributi, non cambia nulla. Se però un lavoratore aveva già almeno 18 anni di versamenti a questa data, aspettando la pensione di vecchiaia o la pensione anticipata piena ha diritto al calcolo retributivo anche per le mensilità seguenti, fino al 31 dicembre 2011 (dal 2012, vale in ogni caso il contributivo per tutti, in base alla Riforma Fornero).
Utilizzando la quota 100, invece, può calcolare con il retributivo solo i versamenti fino al 31 dicembre 1995, applicando invece il sistema contributivo a tutti i periodi successivi.
Attenzione: non è detto che un meccanismo del genere sia necessariamente sfavorevole per l’assicurato. Nel caso ad esempio di una carriera lavorativa stabile e con stipendio alto, il contributivo è in genere conveniente rispetto al retributivo. Ognuno dovrà fare con attenzione i calcoli per valutare quale ipotesi sia la più adatta alla propria situazione.In ogni caso, è bene non dimenticarlo, si tratta di proposte, quindi per fare calcoli reali bisogna aspettare i provvedimenti veri e propri.

Ricordiamo che l’ipotesi Brambilla di quota 100 prevede almeno 64 anni di età e 36 anni di contributi.

Quindi, non è possibile ad esempio accedere alla pensione ad esempio, con 67 anni di età e 33 di contributi, piuttosto che con 40 anni di contributi e 60 anni di età.